Citazioni

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«Sogno una psicoterapia compatibile con il mondo come sta andando: un mondo aperto, poliglotta, politeista, cosmopolita, ricco di cose e di esseri che non intendono scomparire.
Sogno una psicoterapia che sia in grado di integrare le famiglie, gli esperti, che provengano da discipline ‘psi’ o da altre discipline, le divinità – in particolare quelle degli altri – gli invisibili, gli oggetti terapeutici.
Sogno una psicoterapia che accetti di trasformare realmente lo spazio della consultazione in un luogo di dibattito contraddittorio, come lo è la scena pubblica.
Sogno una psicoterapia che, pur ammettendo la modernità nella sua complessità, non abbia dimenticato le lezioni della storia, che si ricordi delle comunità di un tempo dove l’efficacia era valutata dagli utenti…
Sogno una psicoterapia che non sia più paralizzata davanti alla psicoanalisi, che accetterebbe di pensare a delle parole scomparse: ‘dimenticare’, per esempio…., che saprebbe descrivere la sua azione in termini di ‘concertazione’, di ‘negoziazione’ e di ‘diplomazia’… una psicoterapia, infine, che non faccia più finta di ignorare che è terapeutica, proprio perché è sociale, proprio perché è politica».
(da La guerre des Psy. Manifeste pour une psychothérapie démocratique, a cura di Tobie Nathan. Paris, Le Seuil, 2006)

«Abbiamo bisogno soprattutto di un sistema di psicoterapia che non si fondi sul contenuto di una cultura particolare […] ma sulla percezione corretta della natura della cultura come tale: su di una comprensione delle categorie culturali. Questo è lo scopo che personalmente mi sono prefisso e a cui mi sono consacrato quasi esclusivamente da parecchi anni».
(Georges Devereux, 1952)

«Di fatto, l’etnopsichiatria mi sembra oggi la sola psicoterapia compatibile con un mondo aperto, poliglotta, politeista per sua natura, cosmopolita, ricco di esseri (visibili e invisibili) e di cose che non intendono scomparire».
(Tobie Nathan, 2009)

«Quando l’etnografo osserva fatti culturali alieni, cioè impartecipi al corso storico attraverso il quale si è venuta formando la cultura cui l’etnografo appartiene (cioè la cultura occidentale che non a caso è l’unica ad avere posto il problema “scientifico” dell’incontro etnografico), l’osservare è reso possibile da particolari categorie di osservazione, senza le quali il fenomeno non è osservabile. Queste categorie che entrano in azione nell’atto di sorprendere in vivo un fenomeno culturale alieno e nel discorso etnografico che lo descrive, sono molteplici: natura e cultura, normale e anormale, psiche sana e psiche malata, conscio e inconscio, io e mondo, individuo e società, male e bene, dannoso e utile, brutto e bello, vero e falso, linguaggio, economia, tecnica, razionale e irrazionale, spazio, tempo, sostanza, causa, fine. Ora, già soltanto l’impiego di queste categorie nell’osservazione etnografica delle culture aliene (e non impiegarle equivarrebbe a non poter osservare e descrivere nessun dato etnografico) trascina inconsapevolmente con sé l’intera storia della cultura occidentale, le sue decisioni e le sue scelte, le sue polemiche e le sue distinzioni, senza che l’etnografo sia minimamente garantito, finché dura tale inconsapevolezza, dal proiettare arbitrariamente quelle decisioni e quelle scelte, quelle polemiche e quelle distinzioni, nella cultura aliena che ne è invece impartecipe o partecipe secondo modalità storiche diverse … Si profila così il classico paradosso dell’incontro etnografico: o l’etnografo tenta di prescindere totalmente dalla propria storia culturale nella pretesa di farsi ‘nudo come un verme’ di fronte ai fenomeni culturali da osservare, e allora diventa cieco e muto davanti ai fatti etnografici e perde, con i fatto da osservare e da descrivere, la propria vocazione specialistica; ovvero si affida ad alcune ovvie categorie antropologiche, assunte magari in un loro preteso significato ‘medio’ o ‘minimo’ o ‘di buon senso’, e allora si espone senza possibilità di controllo al rischio di immediate valutazioni etnocentriche a partire dallo stesso livello della più elementare osservazione (cioè la sua vocazione specialistica viene questa volta compromessa dalla impossibilità di una osservazione ‘oggettiva’). L’unico modo di risolvere questo paradosso è racchiuso nello stesso concetto dell’incontro etnografico come duplice tematizzazione, del ‘proprio’ e dell’ ‘alieno’. … questa duplice tematizzazione della storia propria e della storia aliena è condotta nel proposito di raggiungere quel fondo universalmente umano in cui il ‘proprio’ e l’ ‘alieno’ sono sorpresi come due possibilità storiche di essere uomo, quel fondo, dunque, a partire dal quale anche ‘noi’ avremmo potuto imbroccare la strada che conduce all’umanità aliena che ci sta davanti nello scandalo iniziale dell’incontro etnografico. In questo senso l’incontro etnografico costituisce l’occasione per il più radicale esame di coscienza che sia possibile all’uomo occidentale».
(de Martino, 1977, La fine del mondo. Contributo all’analisi delle apocalissi culturali, 2002, pp. 390 – 391)

«Le categorie mediche svaniscono, non si riesce a trovare un ubi consistam, a meno di non partire già con idee pre-date, con opzioni pre-costituite, con comportamenti pre-parati, per inserirvi questo o quel segmento dell’umana presenza, per comporre in un gioco enigmistico il proprio gruzzoletto di tessere e… credere di aver capito, una volta che si è giunti a porre un’etichetta diagnostica o patogenetica. […] Su queste basi, ritengo che i primi passi da compiere siano sul sentiero descrittivo e su quello metodologico. Cioè bisogna imparare a osservare e a descrivere quello che si osserva, e imparare a distinguere lo spiegare dal comprendere».
(B. Callieri, Quando vince l’ombra)

«Negli ultimi anni […] ho cercato di moltiplicare i miei percorsi di ricerca, in una complessità di intrecci sempre più vissuta, incrociando dati clinici, itinerari antropologici, risonanze filosofiche. Anni intensamente trascorsi ad esplorare l’ombra in tutti i suoi recessi, senza pre-giudizio né difesa di posizioni acquisite, senza ottimismi terapeutici ma sempre accompagnando la persona sofferente verso un “farsi-luce-insieme”, verso un continuo rinnovarsi di aperture, prospettive, transiti antropologici e culturali di coesistenzialità e di communitas».
(B. Callieri, Quando vince l’ombra)

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